venerdì 17 luglio 2009

La stella


Esco fuori, in terrazza, l’aria è tiepida, osservo il cielo: è limpido e di un blu deciso che non ammette virate verso il nero.
È curioso, ma la Luna non mi appare come una sfera luminosa, piuttosto come un foro verso un mondo luminosissimo.
Sposto il mio sguardo verso il blu e vorrei tanto che cadesse una stella, una piccola fiaccola nell’infinito.
Quali pensieri avrà una stella cadente?
Noi siamo sempre impegnati, quando ne ammiriamo una, a esprimere un desiderio o a rammaricarci del fatto di non avere saputo possedere la prontezza per esprimerne uno, ma lei, la stella, sarà contenta di precipitare?
Forse non è una sensazione piacevole.
Ecco…è caduta una stella. Sfolgorando, è caduta…Ho ascoltato il suo urlo di disperazione. Lei ha raccolto le sue forze e ha cercato di rialzarsi ma…Il cielo oramai era troppo lontano. Così, si è addormentata e ha sognato l’infinito.
Ma forse mi sbaglio, è possibile che la stella sia invece contenta di compiere un movimento, di volare, di porre fine alla stasi che la fa sentire tutta intorpidita.
Magari, precipitando, canta a squarciagola, tremando d’emozione.
E magari, tutte le sue compagne la osservano invidiose.
E sorride a quella bimba che la saluta con la manina, che è proprio lì che la aspetta, abbracciata al suo papà a cercar stelle.
Poi la bimba vede la lucina di un aereoplano e credendola una stella, ancora sorpresa, muove ancora la sua manina.
E la stella sorride e sorride ancora. Alla bimba e alla sua piccola mano.

sabato 20 giugno 2009

Bambini


I bambini sono come pause, segni d’interpunzione nel discorso della vita.
Talvolta esclamano, talvolta interrogano, altre volte segnano momenti in cui il lettore può trarre il respiro e continuare.
In ogni caso, infondono senso a tutta la narrazione, che altrimenti sarebbe solo confuso accostamento di espressioni.
Qualche volta, però, può capitare che qualcuno resti così fissato sul significato di un “punto” da divenire incapace di procedere.
Così rimane lì, silente.
Insomma, io credo che tutto ciò che un adulto potrà diventare dipende dal giusto significato attribuito, da bambino, alla punteggiatura.
Che in una parola è riflessione.
Dapprincipio solo incerto sillabare, ricerca intorno al significato dei termini, poi, con il tempo, veramente Pensiero.
Per questo motivo, ogni volta che un bambino ci accosta, il senso della vita ci è dinanzi.
Il canovaccio della storia è tutto già presente anche se poi il racconto potrà seguire risvolti sorprendenti.
Le battute potranno essere a un certo punto sostituite, la sceneggiatura, i costumi, le scene, tutto potrà variare. Per non parlare degli assistenti registi o dei direttori di scena che potranno intervenire. E degli attori.

domenica 14 giugno 2009

Malvasia


Certi pomeriggi possiedono una delicata dolcezza, come crema di mandarino o malvasia.
E io li assaporo mossa da una golosità bambina.
Questa giornata è soltanto per me, un regalo che le mie mani porgono a me stessa.
Sono ormai le sei del pomeriggio e visto che, per pigrizia, non ho pranzato, decido di anticipare la cena.
La tovaglia di lino, i piatti di porcellana, le posate d’argento, i bicchieri di cristallo, aggiungo le candele, le accendo subito: mi è sempre piaciuto il profumo della cera che arde.
Mi compiaccio della mia opera, questa tavola così ben apparecchiata fa un certo effetto.
Sistemo su un carrello accanto al tavolo la frutta e la verdura che ho affettato un’oretta fa e decido di prepararmi del riso, mi mette sempre di buon umore e poi mi piacciono i chicchi: perline di fiume satinate, tintinnanti e solide, ma poi soffici al calore...prima o poi mi confezionerò un gioiello fatto tutto di riso e riderò molto se qualcuno oserà riderne.
Verso l’acqua nella pentola, la sistemo sul fornello, accendo il fuoco.
Chissà dove e quando comparirà la prima bollicina.
In effetti, siamo portati a pensare che, attraverso i procedimenti scientifici, tutto possa essere controllabile e prevedibile, ma ciò non è sempre vero.
Ad esempio, se in questo momento decidessi di lanciare un sasso contro la finestra del mio dirimpettaio (a parte il fatto che potrebbe risultare piuttosto imbarazzante spiegargli, poi, i motivi del mio gesto), in ogni caso, se il vetro non dovesse infrangersi ma solo incrinarsi, formando la figura di una stella, in nessun modo io potrei prevedere quale sarebbe la sistemazione dei raggi. Soprattutto se il vetro dovesse essere ben tenuto, liscio, omogeneo (cosa della quale dubito conoscendo il dirimpettaio, quasi quasi ci provo, faccio un bel lancio. No, lascio perdere, quell’uomo, durante le riunioni di condominio è capace di arringare per tre ore di fila in stato di apnea, discutendo relativamente all’uso dei posti parcheggio. Desisto. Magari ci provo quando sono sicura che non è in casa).
Allo stesso modo, se scaldiamo dell’acqua in un tegame, sembra essere impossibile prevedere in quale punto, in quale istante, apparirà la prima bolla di vapore. Soprattutto se il recipiente è ben levigato e pulito. Osservo la pentola, nulla, non riesco a scorgervi nessuna imperfezione. Questo significa che la prima bollicina apparirà senza avvisi, a sorpresa. Annuncerà se stessa apparendo. Nulla più.
Nessun segnale, nessuna avvisaglia, come per certi eventi che appaiono nella nostra vita improvvisi e ne modificano il corso.
Nessuna voce tonante ci chiama per nome dall’alto, nessun essere luminoso ci appare reggendo tra le mani la pergamena della profezia e se il vicino di casa bussa alla nostra porta è per chiedere in prestito un po’ di sale, non di certo per vaticinare.
A meno che non si possieda la fortuna di abitare accanto a una sibilla, nel qual caso, non appena questa accenni un timido bussare alla nostra porta per chiedere in prestito un po’ di burro, sarà assai ragionevole intrappolarla in una rete, legarla con una fune assai robusta e sequestrarla fino a quando non si sarà decisa a rispondere alle nostre domande...
Nell’attesa della sibilla e dell’ebollizione dell’acqua, preparo una macedonia. È rutilante di colori, la sistemo in una grande coppa di cristallo trasparente e la appoggio in tavola, sembra così bella e felice sulla tovaglia bianchissima.
È come se pattinasse su un lago ghiacciato. Quasi ho paura di disturbarla, sistemandola nella piccola coppa dalla quale mi servirò, per il momento la lascio lì, a esibirsi nelle sue evoluzioni.
Ecco la prima bollicina è comparsa, laggiù sul fondo, adesso in tante le fanno compagnia.
Certamente giocano a rincorrersi.
Adesso le sfere di vapore sono più corpose, si sollevano per fuoriuscire, andare chissà dove, forse a rincorrersi giù in strada.
Ruoto la manovella, il fuoco è più basso e loro si acquietano.
Sommesse borbottano in una lingua sconosciuta, forse narrano ognuna la propria storia: vicende di fuoco, giochi, vapori, soste, accenni di veloci sortite, ripensamenti, legami che si stringono, si allentano, si sovrappongono, si intrecciano.
Forse ognuna narra la nostra storia.
Verso il riso tra le sfere ciarliere e loro si nascondono non so dove.
Sistemo sul fuoco una padella con del burro, aggiungo la lattuga e i peperoni che ho tagliato in striscioline sottili sottili, allegre bandierine spensierate, per non farle sentire troppo sole aggiungo parecchi pezzetti di pomodoro, poi sale, pepe, zafferano.
Intanto il riso cuoce lento lento, vi aggiungo il sale.
Il burro fonde nella padella, mescolo mescolo mescolo.
Fuoco, acqua, vapore arioso, frutti della terra, mescolo mescolo mescolo, gli elementi si fondono, si confondono, ognuno cede all’altro un po’ del suo calore, un po’ del suo colore.
Mescolo mescolo mescolo.
Acqua che diviene aria, terra che si offre al fuoco.
Mescolo mescolo mescolo.
Il riso sobbolle, richiama attenzione.
Spengo il fuoco, scolo il riso, una nube di vapore raggiunge il mio viso, lo avvolge, i capelli si inumidiscono un po’, gli occhi osservano attraverso una tendina di velo, è un attimo, poi la nube raggiunge il soffitto, si allontana. Come vorrei sapere verso dove.
L’acqua bollente fugge dai fori del colino, un piccolo vortice, poi s’inabissa.
Vapore verso l’alto, acqua verso il basso, io sono il centro e il mediatore.
Sistemo il riso nel piatto da portata, le perline di fiume si stringono l’una all’altra, si incollano, il sodalizio è sancito.
Ora non vivono più ognuna per sé, sono parte del tutto.
Il crepitio della padella mi chiama, mescolo mescolo mescolo, ancora per un poco.
Un profumato calore si è diffuso tutt’intorno, mentre un raggio aranciato di sole filtra attraverso le tende e raggiunge il mio polso, il mio cuore batte più forte: ho un gioiello speciale, un bracciale di luce.
Mescolo mescolo mescolo.
Ha impiegato otto minuti per raggiungere la mia pelle e adesso già svanisce, si sposta più lontano.
Mescolo mescolo mescolo. Spengo.

mercoledì 10 giugno 2009

Se vorrà


Napoli non si guarda, non si afferra mai veramente con gli occhi.
Lei non si lascia osservare, quantomeno scrutare.
Napoli non si ascolta.
La sua voce ti giunge sempre un po’ lontanando.
Napoli non si racconta mai completamente, perché solo lei può dirsi, quando vuole. E se.
Napoli si respira.
Solo così veramente ti raggiunge.
Non importa dove.

Non importa se stai percorrendo una strada chiassosa del centro o se cammini in un vicolo stretto stretto, solitario, di notte.
Non importa.
A sorpresa la senti. E in un soffio è già in te.
Un giorno, racconterò di lei.
Se vorrà.

lunedì 8 giugno 2009

Segreti


Chi nasce vicino al mare non potrà più farne a meno. Cercherà il mare ovunque.
I gabbiani sono fortunati. Solo i gabbiani possono veramente sentire il profumo del mare.
Solo un gabbiano può veramente vedere il colore del mare, distinguere ogni impercettibile sfumatura che appartiene al cielo e all’acqua.
Un gabbiano sa che l’orizzonte altro non è che l'abbraccio di aria e acqua, blu nel blu, lieve cilestrino che incontra un azzurro che pesa più del piombo e che pesando, precipita fino al fondo, incontrando terra.
Una terra caldissima e rossa per la sua vicinanza a un grande fuoco.
Un gabbiano conosce i segreti del mondo.

lunedì 25 maggio 2009

Sogni


Eccomi. Ricondotta all’ordinario dal suono di una sveglia persistente e insolente.
Insolente come solo il trillo di una scatolina ticchettante sa essere.
Ho sempre amato indugiare nei sogni, essere amica di volti mai conosciuti, divenire visitatrice di spazi del mio sentire.
Straniera in terra straniera, libera da bagagli o code alle biglietterie, scevra da fardelli.
I luoghi del sogno conducono sempre armonie inascoltate, territori mai visitati; anche ciò che ci appare come noto, in realtà, racchiude un accento, un tono, un colore, che abitano sentieri mai percorsi.
Al risveglio, mi ritrovo sempre stupita e felice dei racconti che io stessa ho saputo narrarmi quella notte.
Ho sempre subito le fascinazioni dell’onirico.
Caleidoscopiche proiezioni che vanno in scena solo per me.
Io sono la regista, io la spettatrice, talvolta anche l’interprete.
Certe volte al risveglio ho come voglia di applaudire.

mercoledì 20 maggio 2009

Per Paola e Carlotta


Quanta gente.
Non credevo sarebbe stata una seduta così affollata.
Meglio così, la giornata è più allegra.
Bella sei. Ce ne vogliono di belle per fare una bella come te.
Possiedi il sorriso degli astri, bambina. E sei proprio buffa con il tocco poggiato un po’ di traverso sui riccioli.
Mi hai chiesto di preparare un discorso, da pronunciare stasera prima del brindisi.
Ma, lo sai, preferisco parole riservate, così, ci siamo accordate, dedicherò il mio discorso solo a te.
Stanotte, quando saremo tu e io in terrazza, ti dedicherò le mie parole. E saranno soltanto tue.
Tu siederai accanto a me, proprio dove un tempo c’era il tuo scivolo e io ti narrerò la mia favola più bella. La tua.
Ripercorrerò i momenti trascorsi insieme da quel diciotto novembre, quando il tuo faccino fu finalmente nei miei occhi, in quegli occhi che per nove mesi avevano solo potuto immaginarne i tratti.
Racchiuderò in minuti ventitré anni di grazia per fartene dono, perché tu sei il mio dono.
Tutti i genitori sostengono che i propri figli siano bambini speciali.
Perciò non ti racconterò di quanto tu sia stata una bambina speciale.
Anche se sono tentata, non lo farò.
Non ti racconterò di quando hai mosso i primi passi da sola o di quando hai scritto la tua prima sillaba.
Non ti ricorderò nemmeno delle tante pagine che abbiamo letto insieme perché sono sicura che le custodisci una a una nel tuo cuore.
Anche le più noiose, anche quelle che portavo a casa da lavoro. Anche quei terribili scritti che giungevano in redazione e io leggevo al mattino presto, prima di uscire, perché erano talmente tediosi che occorreva una mente freschissima per poterli affrontare e superare.
Un giorno, avevi pochi anni, hai chiesto di leggere con me una bozza intitolata Storie di alieni rapiti dagli umani. Io non volevo, perché era già evidente dal titolo che si trattasse di una irrimediabile raccolta di scemenze ma tu hai insistito: abbiamo riso, fino alle lacrime, dalla prima alla cinquecentoventiseiesima pagina.
Credo di non avere mai incontrata bambino o adulto più appassionato alla lettura di te, sembravi avvicinarti ai caratteri scritti in punta di piedi, con rispettosa curiosità.
Diverse volte mi è sembrato che tu sapessi molto più di quanto mostrassi, che tu possedessi una sapienza ingenua e antica.
Forse questo dono appartiene a ogni bambino.
Poi, dimenticato, finisce in soffitta. Ma sono sicura che tu ancora lo stringi.
Sì, tu ancora possiedi la cinnità.
Eravamo al mare, in vacanza, avevi poco più di tre anni e chiacchieravi con tutto, di tutti.
Certo, a modo tuo, modificando le parole come quasi tutti i bambini fanno.
Però, quando dicesti per la prima volta cinnità, avvenne con una tale convinzione che fu evidente non si trattasse di un termine mal pronunciato. Volevi proprio dire cinnità .
Tutti noi cercammo di capire cosa fosse la misteriosa cinnità, ma tu pronunciavi questo termine in momenti diversi non riconducibili a un solo oggetto, una sola situazione.
Indicavi il sole e dicevi cinnità, osservavi il gioco di altri bambini, ti avvicinavi a loro dicendo cinnità, guardavi il flusso delle onde e esclamavi cinnità!
Divenne il passatempo di quell’estate: iniziò una vera e propria gara, tra parenti e amici, tutti furono impegnati, a scoprire il significato celato di cinnità.
Non furono pochi quelli che credettero di averlo inteso ma, puntualmente, tutti dovettero ricredersi.
Cinnità rimase suono evocatore, esoterico.
Infatti, come fu o come non fu, nessuno capì mai cosa tu volessi dire e tutti si convinsero del fatto che, in fondo, si trattava solo di un gioco di bambina e non volesse dire proprio un bel niente.
Tranne io.
Trascorse l’estate e tu non pronunciasti mai più quel suono, si pensò che lo avessi dimenticato per sempre, così lo dimenticarono anche gli altri.
Non ne parlammo mai.
Eppure, io, sistemando le candeline sulla torta, anno dopo anno, credo di averne intuito il senso.
Cinnità non è un oggetto o un’emozione.
Cinnità e il segreto delle cose.
Quello più intimo, nascosto e vero.
È l’essenza vera del concetto che non può tradursi altrimenti.
Iperscrutabile ai più. Inassoggetabile al giudizio, immune alla menzogna. Non tutti lo vedono, pochi possiedono il potere di riconoscerlo.
Devi avere uno spirito dolce per riconoscere la cinnità del mondo. Qualcosa dentro di te deve sapere di mandarancio e panna.
Qualcosa, al centro di te, deve suonare di violino e flauti.
Questa è la cinnità.
Di questo voglio parlarti questa notte, Carlotta, quando Marte sarà signore nel cielo, perché - durante tutto questo tempo - mi sono persuasa che la cinnità si addice più alla sera che al giorno.
E questa sarà una fresca e profumata notte di maggio, soltanto mia, soltanto tua. Di Paola e Carlotta, da Paola a Carlotta.
Ti guardo e mi sento felice: il professore seduto al centro, sì quello con la faccia che somiglia a un ravanello, pronuncia il tuo nome e aggiunge con voce più alta: 110 e lode!
Scroscia un battere di mani, si riempie di raggi il tuo sorriso.
Certo, sono proprio contenta, ma penso che nessuno di questi musoni togati potrà aggiungere nulla alla tua cinnità.
Anzi credo proprio che non sappiano cosa sia.
Auguri, Carlotta.
Un’ ultima cosa.
Solo curiosità, vorrei rivolgerti solo una domanda, sono molto fiera di te, sono felice che tu ti sia laureata ma…Ma ... Perché in matematica?
Non so, forse mi sbaglio, tu sei lì che accogli complimenti, non posso ascoltare la tua voce perché sei ancora distante.
Ma…Insomma, forse è vero che le mamme sono in grado di comunicare coi figli solo con il pensiero, perché tu ti volti verso di me come se avessi udito i miei pensieri.
Scoppiando in una grande risata, il movimento delle tue labbra dice – senza possibilità d’equivoco – per cinnità!
A stasera, Carlotta.

sabato 16 maggio 2009

Aria danzante

Inaspettato un tuono spezza il caldo.
Ventate improvvise e pioggia.
Sullo sfondo, l’immagine di Napoli, quella più antica.
Vesuvio e mare. Solo un po’ di grigio, steso qui e là.
Mi sporgo dalla ringhiera per cercare con gli occhi il colore di un fulmine.
C’è un convento, qui sotto, con una larga terrazza.
Una suora si affretta -come solo i vecchi sanno affrettarsi- per ritirare il bucato steso ad asciugare. Bianche lenzuola avvolgono la sua veste nera. Aria danzante, lini ondeggiano a tempo.
È solo un momento. Ma sembra dipinto.
Certe volte, basta un istante per disegnare d’arte un pomeriggio silente.

venerdì 15 maggio 2009

Meditazioni sbilenche dopo reading letterario molto intellettualfashion

L’ultimo uomo della Terra sedeva solo in una stanza. Qualcuno bussò alla porta…
Rileggo: L’ultimo uomo della terra sedeva solo…Inutile rileggere fino in fondo e sprecare preziosissima materia grigia, c’è scritto proprio così, come ho letto al primo colpo.
E allora?
Ma che racconto è? Orrore? Fantascienza? Che è?
Ma chi è che ha dato la cattedra in scrittura creativa a questa specie di tubero con le gambette?
Roba da matti.
Non si fa il minimo accenno a niente di legittimamente spaventoso…Nemmeno un mostro spaziale, nemmeno una gocciolina di sangue verdastro, nemmeno un minuscolo rotolino di budella non ben identificate, nemmeno uno straccio di maniaco con la motosega…A me questa cosa qui non fa paura per niente.
Forse ho capito male la consegna, glielo chiedo.
Glielo ho chiesto. Il tubero ha risposto che è proprio così, vuole che scriva due o tre cartelle (?), proseguendo il racconto (?) segnato alla lavagna.
Se ho capito bene mi rifiuto.
Mi rifiuto.
Mi sa che questo corso è una fregatura.
Facevo meglio a seguire Susanna al corso di autoconoscenza programmatica in sei incontri. Imparavo qualcosa di più. Sicuro.
Oppure andavo con Luigi (che è pure tosto) alle lezioni di origami sudamericani, che mi pare faccia pure molto più intellettuale.
Basta, io qui non ci ritorno più: è deciso.
Continuo a studiare a casa, poi magari vedo se riesco a rimediare un esamino da privatista.
Così ho anche più tempo per scrivere il mio romanzo, e stai sicuro che a questo qui, tra un paio di mesi al massimo, gli mangio in testa.
Io, tra qualche settimana, darò i numeretti per rilasciare l’autografo e lui sarà ancora qui a scrivere assurdità alla lavagna.
Il mio romanzo è cento volte più bello delle scemenze di cui parla lui.
Parla di un tale molto buono che la notte di Natale porta i regalini ai bambini e veste preferibilmente di rosso.
Sì, certo, ho tratto libera ispirazione dalla storia di Babbo Natale. Però, io ho aggiunto molte più cose. Per esempio, il vecchio, nella mia storia, veste una tuta aderente e non ha la barba: mi è sembrato, in questo modo, di inserire un particolare importante riguardo la personalità del personaggio.
Sì, perché uno buono, dritto, è più carino se lo presenti al lettore bello pulito pulito, vestito giusto, profumato di Calvin Klein e non pieno di peli.
Poi, ho assestato un altro colpo geniale: il vecchio non è ciccione (sempre per le ragioni di cui sopra) ma con tutti i muscoli al loro posto originale.
Il vecchio, inoltre, che ho voluto chiamare Nicky Red, non è munito di slitte o renne: si muove tra i grattacieli lanciando dai polsi una specie di funi vischiose.
Proprio come Spiderman, perché qualcosa in contrario?
Poi, a un certo punto c’è un bell’intreccio amoroso del vecchio che incontra la sua anima gemella, che non è la solita Befana, ma Britney Spears, la quale lo convince a non buttarsi tutto il giorno su è giù dai grattacieli ma a limitare la propria attività alla notte di Natale, giusto così per ottimizzare le risorse.
Da qui nasce la leggenda del vecchio vestito di rosso e della notte di Natale, da un’idea di Britney, insomma.
Il vecchio, però, a questo punto si innamora di Cristina Aguilera e lascia Britney che si fidanza con Bill Gates, giusto per fargli dispetto.
Il vecchio, a questo punto, la prende male e si ammala di una orribile malattia psicosomatica, quindi legata al suo stato d’animo sofferente e alterato...A questo punto…Ta-taaaaa…Non so bene come proseguire. Cioè non so se fare comparire, a sorpresa, Doctor House che lo guarisce imponendogli le mani oppure studiare qualcos’altro …Proprio non so.
Ci penso notte e giorno ma non so ancora.
Sono divorata dall’imponente sforzo creativo e questo impiastro vorrebbe pure che io scrivessi il pezzo sull’uomo che era solo al mondo.
Poverino, mi dispiace per questo disgraziato che era stato abbandonato da tutti, non è per fargli torto, ma io non ci sto.
Con tutti i pensieri che ho, proprio non mi va.
Forse faccio ancora in tempo a raggiungere Susanna.
O, magari, Luigi.

giovedì 14 maggio 2009

Vorrei dire


Certe volte il cielo sembra domandarsi chi siamo.
Soprattutto quando è blu.
Almeno a me così sembra.
Cammina lassù, azzurro come pochi, chiedendosi cosa saranno mai quei corpi danzanti.
Perché a lui sembra proprio che danziamo. Tutto il giorno.
Io cerco con gli occhi questo giallo sole che - forte - attraversa chilometri di azzurro.
Stringo più forte le palpebre per resistere alla luce e guardo la voce dei colori.
Domande, domande, sono sicura, sono domande. Preghiere, forse.
Vorrei rispondere, un giorno, e dire: inestricabili faville, siamo noi.
Fuochi saltellanti, giocolieri. Legati a un pensiero di sangue e di miele.
Lampi nel buio, turbini volteggianti, nel passaggio di un fulmine.
Rapidi bagliori scarlatti, delicate fiammelle.
Coriandoli lanciati nel vento, che passa e trasporta pensieri non suoi.
I miei. I tuoi, magari.
Vorrei dire, vorrei dire, ma a volte le parole sono troppo brevi.

I pensieri di Paola, ovvero: dell'energica scheda e altri misfatti

Qualche giorno fa, il capo ha poggiato sulla mia sofferente scrivania un volumone di cinquecento pagine, dicendo che avrei dovuto leggerlo in fretta e scrivere una energica scheda di presentazione, perché trattatasi di autore con contributo, quindi degno di completa attenzione.
Ha detto proprio così: energica. Cosa vorrà dire lo sa lui e lui solo.
Titolo: Storie di alieni rapiti dagli umani.
Mi pare che già dal titolo, l’opera si commenti da sé. Intanto mi tocca scrivere l’energica scheda.
D’un tratto, dopo avere trascorso una notte a leggere le stupefancenti cinquecento pagine, un senso di disagio mi pervade. Saranno i postumi derivanti dalla sindrome Storiedialienirapitidagliumani ?
Se così fosse?
Non conosco l’antidoto. Che faccio?
Se provassi a leggere qualche pagina di Proust? Sarà sufficiente?
In questo caso, è probabile che non possa sortire alcun effetto.
Forse dovrei sgusciare, non vista, in libreria e comprare tre copie (non si sa mai, dovessi perderne una) dei Promessi Sposi, che in passato mi hanno tirato fuori dai postumi di parecchie letture imprudenti.
Non sono sicura che possa funzionare, purtroppo. Questa volta, il malessere è proprio ben radicato.
Cominciano a tremarmi le mani e pure i capelli, l’avverto distintamente.
In ogni caso, credo che almeno avrei potuto evitare di laurearmi con lode.
Sarei uscita più spesso, avrei mangiato qualche pizza in più con gli amici, sarei andata alla festa di Giacomo ilverouomo e certamente mi sarei divertita di più.
Secchiona che non sono altro.
E dire che quando mi hanno assunto alla Scrittori in erba ero pure convinta di avere segnato il colpaccio. Il fatto è che io, rispetto a loro, avevo un diverso concetto di erba. Credo.
Scema scema scema e senza alcun rimedio conosciuto dalla scienza attualmente in uso.
Una cosa è l’assenzio, una cosa è altra robaccia. Bisogna saper distinguere. O no?
Avrei dovuto dare ascolto a mia madre: leggere di meno, giocare più con Barbie, trovare un ragazzo carino, magari somigliante al George Peppard di Colazione da Tiffany e farmi sposare subito subito.
Merito i guai nei quali mi sono cacciata: avventata e della peggiore specie.
Ma dico io, una volta laureatami in Lettere Classiche c’era proprio bisogno di iscrivermi anche a Editoria e scrittura?
Forse in me c’è proprio qualcosa che non va.
Mi sa che devo ritornare dallo strizzacervelli.
Magari, nel frattempo, potrebbe avere divorziato dalla moglie, potrebbe essere alla ricerca della Donna Giusta, cioè io, potrebbe…
La moglie dello strizzacervelli è la sosia spiccicata di Nicole Kidman.
Quasi quasi cambio piano d’azione.
Deciso: cambio piano.
Chiamo Giacomo ilverouomo, non si mai.
Fatto: il fratello mi comunica che è in viaggio di nozze, si è sposato con Skipper.
Hai capito, quella gattamorta della sorellina di Barbie! Si è pappata Giacomo ilverouomo !
Richiamo il fratello di Giacomo per avere delucidazioni sullo svolgimento delle nozze delverouomo con una bambolina di venti centimetri, forse ne ricaverò qualche particolare piccante.
Fatto anche questo: apprendo che Skipper è un velista danese, che non è un grosso cane come io avevo creduto d’intendere dapprincipio, bensì un abbronzantissimo biondone di un metro e novanta.
Sono felici a Copenaghen. Loro, i piccioncini.
La mia vita è veramente una zuppa.
Ho perso per sempre Giacomo ilverouomo, sono stata contagiata dalla sindrome degli alieni rapiti, lavoro alla Scrittori in Erba, Paul si è fatto intrappolare da quella gran culo di Holly in Colazione da Tiffany, il capo pretende da me l’energica scheda, Big Jim non mi ha mai degnata di uno sguardo, figuriamoci Ken…Quando li guardavo mentre li stringevo tra le mie manine, loro mi ricambiavano con quegli occhietti vitrei persi nel nulla: sicuramente pensavano a quella stronza di Barbie, o magari a Nicole, la moglie dello strizzacervelli, o magari a quella vipera di HollydiColazionedaTiffany…Ma cosa potevo saperne io che il mondo andava così?
Sì, deve essere stato proprio così. Finalmente ho capito il loro gioco.
Non bisognerebbe imbrogliare le bambine in questo modo, però: non sta bene.
Loro si fidano dei propri pupazzetti e dei proprio eroi.
Il mondo è veramente una zuppa, proprio come la mia vita.
Qualcuno dovrebbe prendersi la briga di mettere in guardia le bambine dalle oscure trame di quei due piccoli pervertiti di plastica e pure dalle sconcezze messe in atto da quel viscido di PauldiColazionedaTiffany!
Troppo ingenua. Sono stata troppo ingenua.
Mio Dio, Oh My God, Santi Numi, Cribbio, Poffarbacco !!! Il capo è qui.
Sento il suo vocione che pronuncia energica scheda e anche se non lo sentissi saprei che è proprio questo ciò che sta dicendo perché in fondo non mi sono curvata sui libri proprio per nulla ma qualcosa ho imparato !
Chi gli dice che forse non gli piacerà ciò che, energicamente, sto per scrivere ?
Il suo vocione mi rimbomba nelle orecchie.
Panico.
A pensarci bene: è sexy il suo vocione. Fa tanto Sean Connery in James Bond.
In effetti un po’ gli somiglia.
Sento che potrei ricoprire, con grande onore e successo, il ruolo di bond girl.
Sì, sì, mi vedo proprio con la tutina aderente e gli stivaloni neri sopra il ginocchio.
In fondo, mi sono sempre piaciuti gli stivali neri, ma ecco: non avevo mai pensato, prima, a una vera e propria vocazione.
…E vai !

Ritmo delle onde


Io sono lapilli e mare. Sabbia e soffi di scirocco.
Io sono di questa terra. Nella mia anima scorrono le sue urla e le sue risa.
Una maga cattiva e bellissima mi ha stregato.
Ha sussurrato parole magiche al mio cuore.
La sua voce era flebile e potente. E io l’ ho sentita.
Cantilenava nenie antiche, litanie misteriose, seguendo il ritmo delle onde. Quello che non si può non udire.
Perché il mare è troppo forte. Non si resiste al suo canto.